
Ci si chiede se il comportamento dei genitori che litigano davanti ai figli possa integrare una figura di reato.
La Corte di Cassazione ha, in molti casi, condannato per maltrattamenti in famiglia i genitori che, litigando in modo continuato, facevano vivere i figli in un clima perenne di tensione e privo di serenità.
La Cassazione si è espressa in termini altrettanto pratici ma molto più «terreni» già nel 2018 e stabilì che la furiosa litigata davanti ai figli si configura come un reato di maltrattamenti in famiglia in quanto costringe i bambini a vivere in un clima di paura e ad assistere ad episodi di violenza, anche essendo «solo» verbale e non fisica.
Secondo l’interpretazione della Corte di Cassazione, il reato è configurabile anche quando la
condotta maltrattante non si sia tradotta in comportamenti vessatori – fisici e/o psicologici – rivolti direttamente verso la vittima, ma consista nel far assistere il minore, quale spettatore passivo, ai comportamenti violenti e offensivi attuati nei confronti di altra persona (in questo caso, verso l’altro genitore).
I maltrattamenti in famiglia non si configurano solamente in caso di violenza fisica, ma anche
quando vi sono aggressioni verbali e in generale condotte lesive dell’integrità (sia fisica che psichica), del decoro e della libertà dell’altro familiare. Rientrano in questa fattispecie anche le condotte volte a denigrare il familiare stesso.
Ne consegue, che non sempre litigare in presenza dei figli è un reato, ma da quanto si apprende dalla giurisprudenza, affinché si possa ipotizzare la figura di un reato devono sussistere i seguenti elementi:
– non si deve trattare di un episodio isolato, bensì di condotte ripetute, frequenti e abituali;
– i litigi dei genitori devono avere un’intensità tale da ripercuotersi sul minore che vi assiste, provocando in lui paura e malessere;
– uno dei genitori è vittima del reato di maltrattamenti e l’altro ne è autore.
a cura di Avv. Veronica Monti
